Il successo dei Giochi del Mediterraneo ha riportato ancora una volta in auge un tema che, nel nostro Paese, tende a riemergere ciclicamente: la questione meridionale dello sport.
Può sembrare paradossale che questo tema riaffiori proprio nel momento di un grande successo. Eppure è così. I Giochi del Mediterraneo non sono stati, certamente, un evento di primo piano dal punto di vista tecnico, ma hanno avuto una grande cornice di pubblico, sostanzialmente locale, hanno coinvolto tanti appassionati meridionali e hanno lasciato una legacy infrastrutturale importante, che ora dovrà essere gestita e valorizzata nel tempo. Soprattutto, hanno dimostrato ancora una volta che il Mezzogiorno risponde con entusiasmo e partecipazione quando gli vengono offerte occasioni sportive di qualità.
Occorre però dirla tutta, con onestà. E lo dico da amante del Meridione: la questione esiste, ed esiste per almeno due ragioni concrete.
La prima riguarda l'impiantistica sportiva. Nel Mezzogiorno è ancora insufficiente, carente, spesso mal gestita e, in molti territori, non all'altezza degli standard del resto d'Italia. Una situazione che limita la pratica sportiva, soprattutto quella giovanile, e che rende più difficile costruire quel percorso virtuoso capace di trasformare il talento in eccellenza.
La seconda ragione è, purtroppo, culturale. Le vecchie generazioni meridionali non hanno sempre considerato lo sport come un elemento fondamentale di benessere, formazione e crescita sociale. Oggi, a questo problema storico, si aggiunge la crisi economica: quando una famiglia deve fare delle scelte, lo sport rischia di essere considerato un costo e non un investimento.
E poi c'è la responsabilità della politica. Troppo spesso amministratori locali e classe dirigente hanno preferito la passerella all'intervento strutturale, l'inaugurazione alla programmazione, il consenso immediato alla costruzione di un sistema. Ma il problema più grave è forse un altro: non aver contribuito a cambiare la cultura dello sport, facendolo diventare una componente stabile delle politiche sociali, educative e sanitarie. Il divario, quindi, non diminuisce, aumenta.
La domanda è inevitabile: abbiamo davvero bisogno di un grande evento per decidere di investire nell'impiantistica sportiva? Abbiamo bisogno di un appuntamento internazionale per ricordarci che occorre formare una classe dirigente capace di programmare, gestire e valorizzare gli impianti? Abbiamo bisogno ogni volta di una vetrina per accorgerci che lo sport può essere uno straordinario strumento di inclusione, prevenzione, educazione e sviluppo? Questa è una delle sconfitte più grandi. Il Mezzogiorno non ha bisogno di interventi spot, né di banale propaganda. Ha bisogno di una politica sportiva costante, continua, mirata. Ha bisogno di investimenti che non si esauriscano con la fine di una manifestazione e di amministratori capaci di trasformare un impianto nuovo in un luogo realmente vissuto dalle comunità. Perché il Mezzogiorno è una terra di grandi campioni. Pietro Mennea, Totò Antibo, Massimo Stano, Antonella Palmisano, i fratelli Abbagnale: sono soltanto alcuni nomi di una lista che potrebbe continuare molto a lungo. Ma non possiamo continuare a considerare questi campioni come gemme nel deserto. La vera sfida è fare in modo che quelle gemme non siano più eccezioni, ma il prodotto naturale di un sistema. Un sistema sportivo meridionale che sia pienamente parte del sistema Italia, capace di scoprire talenti, accompagnarli nella crescita, offrire strutture adeguate e creare opportunità indipendentemente dal luogo in cui si nasce.
Questa è la scommessa più grande. Ed è una scommessa che, forse, i prossimi candidati del Mezzogiorno al Parlamento e al Senato dovrebbero assumere come una delle proprie priorità: non promettere un altro grande evento, ma costruire le condizioni perché lo sport, nel Sud, possa diventare finalmente una politica permanente di sviluppo.
Credits foto: IA