Marco è nato tre settimane fa, in un reparto di ostetricia con l’aria condizionata al massimo perché fuori, nei primi giorni di agosto, c’erano quarantun gradi. Nessuno in sala parto ha trovato la cosa particolarmente degna di nota.Per lui l’estate comincerà da qui. Non sarà la stagione delle giornate lunghe, ma quella delle finestre chiuse e delle uscite programmate nelle ore consentite. Non sentirà la mancanza dei pomeriggi trascorsi all’aperto o delle notti in cui bastava spalancare le persiane per dormire, perché non li avrà mai conosciuti. Ed è forse questa la conseguenza più crudele dei cambiamenti che arrivano lentamente: diventano normali prima ancora che qualcuno trovi il tempo di opporsi.Nel 2038 Marco avrà dodici anni. Per giocare a calcio non chiederà al padre se può scendere in cortile, ma consulterà l’applicazione comunale che stabilisce quando è possibile fare attività fisica all’aperto. Sullo schermo comparirà un colore, calcolato incrociando calore, umidità e qualità dell’aria. Verde si gioca, arancione si riducono i tempi, rosso si resta a casa.La partita comincerà alle sei e dieci del mattino. Le porte del campetto si apriranno automaticamente e si richiuderanno due ore dopo, quando i sensori sistemati lungo la recinzione giudicheranno il terreno impraticabile. I ragazzi indosseranno maglie capaci di rilevare la temperatura corporea e la perdita di liquidi. Se uno di loro supererà il limite di sicurezza, il braccialetto vibrerà e l’allenatore riceverà un avviso.A Marco sembrerà tutto normale. Dopo qualche anno lo sembrerà anche a suo padre.Eppure suo padre, a dodici anni, giocava alle cinque del pomeriggio con gli amici del quartiere, nell’ora in cui il caldo cominciava a cedere e la luce diventava arancione. Non aveva sensori né protocolli, soltanto una bottiglia d’acqua lasciata vicino alla porta e una madre che dalla finestra gridava di tornare a casa.Quando proverà a raccontarlo, Marco lo ascolterà con la benevolenza riservata alle storie poco credibili degli adulti.La neve gli sembrerà ancora più remota. Non quella prodotta durante la notte e distribuita sulle piste da macchine guidate a distanza, ma la neve che cadeva dal cielo senza prenotazione, supplementi o garanzie di durata.A tavola qualcuno dirà: «Una volta si sciava fino a valle», con lo stesso tono con cui oggi si racconta che per telefonare servivano una cabina e una manciata di spiccioli. Marco sorriderà, convinto che gli adulti abbiano sempre la tendenza a esagerare il proprio passato.Molte stazioni sciistiche di bassa quota avranno conservato il nome, ma non lo sci. Gli impianti di risalita porteranno alle piste per biciclette, alle zip-line e ai belvedere immersivi. Le vecchie seggiovie diventeranno attrazioni di archeologia turistica e nei musei della montagna si mostreranno fotografie di bambini coperti di neve fino alle ginocchia.Per sciare davvero bisognerà salire più in alto o partire più lontano. Le settimane bianche saranno vendute insieme a un’assicurazione contro l’assenza di neve, mentre il prezzo varierà ogni giorno secondo le previsioni meteorologiche. Lo sci tornerà a essere uno sport per ricchi senza bisogno di annunciarlo: basterà aumentare poco alla volta il prezzo di ciò che diventa raro.Anche il calendario sportivo avrà cambiato stagione. Le maratone si correranno in inverno, il tennis all’aperto verrà spostato in primavera e le grandi gare ciclistiche partiranno prima dell’alba. Le città candidate a ospitare un’Olimpiade non presenteranno soltanto stadi e villaggi, ma mappe climatiche, riserve d’acqua e piani per evacuare il pubblico in caso di calore estremo.Le finali di atletica potranno cominciare a mezzanotte. Gli stadi saranno illuminati come astronavi, le tribune meno affollate e le televisioni libere di vendere l’evento come una novità spettacolare. Gli organizzatori le chiameranno «Olimpiadi senza orari». La parola “rinuncia” resterà fuori dai comunicati, perché ha sempre avuto un pessimo rendimento pubblicitario.Nel tennis le pause per il caldo non verranno più decise dall’arbitro, ma da un algoritmo. Quando il campo diventerà impraticabile, sui tabelloni comparirà la scritta «sospensione climatica» e il tetto si chiuderà. I giocatori rientreranno negli spogliatoi refrigerati, gli spettatori compreranno qualcosa e gli sponsor riempiranno l’attesa. Anche l’emergenza, se organizzata bene, può diventare una fascia commerciale.Il corpo degli atleti sarà il terreno su cui si combatterà la battaglia più sofisticata. Tessuti refrigeranti, capsule ingeribili per misurare la temperatura interna, cerotti capaci di analizzare il sudore, caschi e collari raffreddati prima della gara. L’acclimatazione non sarà più una precauzione, ma una parte dell’allenamento, come la forza o la resistenza.I colpi di calore continueranno a esserci, ma cambieranno nome. Verranno classificati come «eventi termici avversi» e inseriti nei bollettini insieme agli infortuni muscolari. Le federazioni esibiranno protocolli, liberatorie e polizze assicurative. Perché quando non si può risolvere un problema, rimane sempre la possibilità di assegnargli un codice.A stabilire chi potrà continuare a fare sport sarà ancora una volta il denaro. Chi ne avrà abbastanza si allenerà nei centri climatizzati, sui campi raffreddati e nelle piscine coperte. Gli altri aspetteranno che l’indice torni verde o giocheranno comunque, nel caldo vero, quello che non riconosce i limiti fissati dalle applicazioni.Lo sport ama raccontarsi come il luogo in cui il talento e la volontà cancellano le differenze. Nel futuro rischierà di diventare il luogo in cui perfino il clima saprà quanto guadagnano i tuoi genitori.Marco, comunque, correrà. Giocherà, suderà, vincerà e perderà. Non penserà che il suo sport sia peggiore di quello praticato da suo padre: sarà semplicemente il solo che conosce.Un giorno racconterà ai propri figli che, quando era piccolo, alle sei del mattino si poteva ancora giocare all’aperto.E forse anche loro stenteranno a credergli.Perché ogni generazione riceve un mondo un po’ più stretto e impara a chiamarlo casa.Il privilegio del rimpianto resta a chi ricorda che, una volta, c’era più spazio.
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