Nel tennis si entra in campo da soli. Sul tabellone compare un nome, uno soltanto serve, sbaglia e affronta i punti decisivi. Quando la partita finisce, però, Jannik Sinner torna quasi sempre al plurale.
«Abbiamo lavorato molto per trovarci in questa posizione», disse dopo la vittoria agli Australian Open del 2025. Anche nelle sconfitte il linguaggio non cambia. Al termine della finale persa a Roma contro Carlos Alcaraz parlò del risultato raggiunto da lui e dal suo gruppo: «Abbiamo lavorato tanto per essere qui».
Non è una formula di cortesia. Il “noi” ritorna con tale naturalezza da essere diventato uno dei tratti più riconoscibili di Sinner, insieme al rovescio, alla concentrazione e a quella calma che conserva anche quando intorno esplode lo stadio.
Il tennis favorisce il mito dell’uomo solo al comando. Durante una partita non ci sono compagni ai quali passare la palla né allenatori che possano intervenire. Dietro il giocatore, però, esistono preparazione, fisioterapia, analisi degli avversari, viaggi e centinaia di ore trascorse lontano dalle telecamere.
Sinner non nasconde di essere il protagonista. Semplicemente, non cancella chi ha contribuito a portarlo fin lì. Parlando dei suoi collaboratori, ha spiegato di non cercare soltanto grandi professionisti, ma persone con le quali stare bene: «Li vedo più della mia famiglia». In una stagione vissuta tra tornei, aeroporti e camere d’albergo, la sintonia conta quasi quanto la competenza.
C’è anche un altro aspetto. Il plurale non serve a dividere le responsabilità, ma a condividere i meriti. È facile dire “io” quando si vince e chiamare in causa gli altri quando qualcosa va storto. Sinner segue una strada diversa: riconosce il lavoro comune senza trasformare ogni successo in una celebrazione personale.
Ascoltandolo torna alla memoria un’immagine lontana dallo sport. Il 27 marzo 2020 Papa Francesco attraversò sotto la pioggia una piazza San Pietro vuota, nel pieno della pandemia. «Nessuno si salva da solo», disse durante la preghiera straordinaria. Ci eravamo scoperti fragili, sulla stessa barca, obbligati a remare insieme.
Un campo da tennis non è quella piazza e una vittoria sportiva non è un’emergenza collettiva. Il punto di contatto sta in un’idea elementare: l’autosufficienza è spesso un’illusione. Anche chi appare solo porta con sé il tempo, la fiducia e il lavoro di altre persone.
Il “noi” di Sinner piace perché non ha il tono della lezione. Entra nelle sue risposte senza enfasi, come la parola più precisa per descrivere ciò che è accaduto. Mentre lo sport cerca continuamente un eroe al quale attribuire tutto, lui allarga l’inquadratura e fa entrare anche chi resta fuori dal campo.
Il punto decisivo lo colpisce Sinner e la coppa la solleva lui. Ma, quando racconta il percorso, il singolare non gli basta. Nel tennis il risultato porta un nome. Il campione nasce al plurale.
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